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Women’s March: perché sono femminista, e non è una parolaccia

By on 22 Gennaio 2017

Prendete oltre due milioni e mezzo di voci e spargetele per quasi settecento città: un eco partito da una cittadina delle Hawaii, arrivato a Washington e rapidamente diramatosi in tutto il mondo, che per l’occasione si è tinto di rosa. Nella capitale statunitense i manifestanti hanno iniziato a riversarsi per le strade già dalle prime ore del mattino, partendo dal Campidoglio e muovendosi in direzione della Casa Bianca attraverso i giardini del National Mall.

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Una coda di oltre un chilometro e mezzo, inframmezzata da interventi di attivisti e personalità: la giornalista Gloria Steinem, l’attivista Angela Davis, Madonna, Alicia Keys, Scarlett Johannson e non solo. Voci potenti che si mescolano a quelle di oltre mezzo milione di persone solo a Washington, sede della manifestazione principale: dove, se non nella città dove appena due giorni prima è avvenuto l’insediamento del 45esimo presidente eletto degli Stati Uniti d’America, Donald John Trump? Si, perché la rivoluzione dell’amore – così l’ha definita Madonna – non ha un volto, ma sicuramente ha un target ben mirato.

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Durante la sua campagna elettorale, Trump si è assicurato lo sdegno di una buona fetta dell’opinione pubblica con i suoi commenti sessisti e con il suo atteggiamento poco rispettoso nei confronti del diverso, tanto che vederlo nello Studio Ovale pareva essere un’utopia: quando l’utopia si è trasformata in realtà la solidarietà si è insediata laddove ci si poteva aspettare di trovare rassegnazione, alimentando voci che insieme hanno costituito un coro difficile da ignorare.

La risonanza social dell’iniziativa è vasta, l’hashtag #WhyIMarch ha dato voce a tutti, anche a chi non ha potuto materialmente partecipare alla marcia – come Hillary Clinton, che non ha mancato di unirsi al coro citando lo slogan della sua campagna elettorale: «credo davvero che siamo sempre più forti insieme».

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Trump commenta solo questa mattina, con un tweet provocatorio dove si chiede perché i manifestanti non abbiano espresso il loro scontento votando: le risposte sono univoche, donne e uomini – manifestanti e non – non mancano di ricordargli che non si è aggiudicato il voto popolare per quasi tre milioni di voti. 

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Ma quando il voto non basta – quando il sistema elettorale scontenta l’opinione pubblica – lo scontento trova altre vie per far valere la propria voce. La domanda da fare forse non sarebbe “perché non votate?” ma “perché marciate?” 

Sarà che a questa domanda hanno già ampiamente risposto. Con risposte di una sincerità talmente disarmante da non voler essere sentite.

«Perché sono una femminista, e non è una parolaccia.»

 

 

Sito ufficiale dell'evento: https://www.womensmarch.com/

 

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