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Maturità, t’avessi presa dopo: lettera a me stessa a cinque anni dall’esame

By on 21 Giugno 2017

Cara Michela,

non prenderti troppo sul serio questa mattina, ma non avere nemmeno fretta. Dimostra maturità. Lascia da parte la smania di eccedere e accantona la vena poetico romantica che è da sempre la tua debolezza; osa, ma con ritegno. Non andare sul sicuro, ma non strafare. Prenditi il tuo tempo e lasciati distrarre perché in sei ore, una come te, il tempo di distrarsi lo deve trovare. Non scrivere tutto d’un fiato, ma se proprio non ti riesce, ricordati di respirare profondamente prima di alzarti dalla sedia; resisti all’impulso di praticare una craniotomia con la Bic sul professore che, a mezz’ora dall’inizio della prova, vi comunica quale classe e quale lettera sono state estratte per lo svolgimento degli orali. Non metterti a contare sulle dita il numero dei giorni e delle vittime sacrificali che mancano alla tua esecuzione, ma se proprio lo farai, non svalvolare. Seconda è buono. I professori sono freschi e pieni di aspettative, l’estate improvvisamente si allunga, l’agonia si accorcia e la maturità sarà presto un brutto ricordo. Pensa a quei poveretti che si ritroveranno a dover studiare Brecht e Camus e T.S. Elliot l’undici di Luglio, mentre tu rosoli al sole e gli appunti li usi al massimo come ventaglio.

Leggi le tracce con calma, prenditi un’ora e anche più. Sono fighe, vero? Se non la pensi così, sappi che fra cinque anni dei poveri martiri dovranno scrivere di lavoro e nuove tecnologie e del miracoloso boom economico nel secondo dopoguerra. Il labirinto e la giovinezza non sono così male ora, vero? Spoglia ogni parola di ogni documento e fai una rapida ricerca in ogni cassetto della tua memoria; hai studiato, dopotutto. Non come avresti potuto o voluto, ma hai studiato; le informazioni sono lì. Trova la via, imprimile su carta con chiarezza e non strafare – non aggiungere fronzoli e verità assolute servite sotto forma di massime da Baci Perugina o biscotti della fortuna; il professore esterno fa un baffo alla Carogna, qualcuno dovrebbe dirtelo. O forse no, vederti catalogata come un 9/15 ti darà una bella scossa; senza quel voto forse non metteresti rabbia e ambizione in un orale in cui – spoiler alert! – spaccherai di brutto. Persino in tedesco, si.

Scrivi e basta. Scrivi da quando hai imparato a tenere una penna fra le mani – mangi carta da quando hai letto il tuo primo libro. Sei fatta di parole, non avere paura di cederne qualcuna; scrivi per piacere, non per dovere. Scrivi per te, non per essere una cifra in quindicesimi o per compiacere un professore che di te non conoscerà altro che la tua opinione sui vent’anni e su Paul Nizan. Nessuno se non te ricorderà quel che avrai scritto oggi, te lo assicuro: nessuno ti giudicherà in base ad un voto, a distanza di cinque anni avrai ripetuto il tuo onesto 75 forse tre, quattro volte. Quello che stai facendo oggi e che farai nei prossimi giorni non determinerà quel che sei o quel che diventerai, ma sarà importante per te; ogni anno ti emozionerai, la notte prima degli esami, e cercherai qualcuno con cui perderti nei ricordi. Alle 12:25 ti sintonizzerai su Studio Aperto per goderti le impressioni dei primi maturandi. Cercherai sulla vecchia pen drive il Power Point della tua tesina e ancora ti ricorderai il discorso di presentazione – perché quello che stai facendo, quel che ho fatto, è importante per noi. Non per entrare in una buona università, non per vantarsi o lamentarsi, ma perché si tratta della prima vera prova. Perciò prenditi tempo, respira, e scrivi.

Scrivi per noi, non per loro. E non mangiarti i gomiti alla pubblicazione dei quadri; un numero non fa la maturità di una persona. Non prendertela con Nizan, con il professore o con te stessa. Non prendertela e basta. Scrivi e respira.

E cribbio, non pensare nemmeno per un momento di andare sul sicuro e scrivere di Hannah Arendt.

Michela.

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