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Lolita fra psicologia e strumentalizzazione

By on 26 Luglio 2017

Ora vorrei introdurre la mia idea. Tra i limiti di età compresi tra nove e quattordici anni avviene a volte che certe fanciulle appaiano come stregate, riuscendo ad affascinare uomini molto più grandi di loro; rivelano così la loro vera natura la quale non è umana bensì di una ninfa. Queste creature mi propongo di designare come ninfette… esse non sono più bambine, anche se il loro corpo è ancora in qualche modo infantile.

Vladimir Nabokov descrive con precisione la propria perversione, fornendo al lettore una chiara immagine di quelle che egli definisce ninfette: precoci bambini che appaiono, con naïveté, più sensuali di quanto la loro giovane suggerisca che debbano essere. È proprio con il suo romanzo, pubblicato nel 1955, che nasce quella definita sindrome di Lolita: quando intesa come parafilia – quell’anormale pulsione che spinge l’uomo a cercare la soddisfazione di istinti, per lo più sessuali – viene anche chiamata ninfofilia, ossia l’attrazione sessuale di un individuo adulto nei confronti di pre-adolescenti di età compresa fra i 9 e i 14 anni. Lolita, il cui cuore viene preceduto da una moralista quanto satirica prefazione in cui il consulente legale di Humbert Humbert invita genitori a prestar attenzione a storie simili, entra prepotentemente nella cultura di massa nel suo aspetto più materialista, travisando completamente il messaggio dell’autore.

Dal fenomeno Lolita sfociano canzoni inneggianti a bamboline in occhiali a forma di cuore e lise divise scolastiche, figure di tendenza a metà strada fra ragazze della porta accanto e femmes fatales, addirittura Lolita diviene una tendenza nel campo della moda giapponese: di Nabokov viene estrapolato e rivisitato solo l’aspetto più sensuale del termine, e rapidamente la Lolita diventa un trend. Spotify brulica di canzoni e playlist ispirate, Tumblr di foto di lecca-lecca, e lascivi ristratti sfocati in pudica biancheria di cotone: ma fra psicologia e strumentalizzazione, Lolita chi è?

lolita

Dominique Swain – “Lolita” (1997)

La bambina descritta da Nabokov è un’acerba bellezza sbadata, i cui atteggiamenti da femme fatale che vengono smaliziati dalla natura puerile della giovane: immagini di seduzione vengono accostate alla sua innocenza, creando chiaroscuri in cui risiede la bellezza del romanzo. Lo che perde un calzino, Lola dall’igiene approssimativa, Dolly che legge giornaletti e va al campo estivo – e poi Lolita; Lolita che gioca con una mela rosso peccato, Lolita smaniosa di crescere e ottenere, Lolita e il suo lecca-lecca, un po’ bambina e un po’ donna. Le verità e i piaceri stanno nel mezzo, dove Lolita non è da intendersi come un romanzo di mera descrizione di pulsioni erotiche sbagliate e dove non è nemmeno da intendersi come anticipazione di trends travisati quali sono bubblegum bitches e daddy’s girl: se non avete ancora letto il romanzo ve lo consiglio caldamente – resta uno fra i miei preferiti. Ma quando aprite la prima pagina, ricordatevi quello che vi ho detto. Non è la storia di una provocante bambina con gli occhiali a cuore e un lecca lecca in mano e del suo perverso patrigno. Godetevela per quella che è: l’affascinante analisi di una mente corrotta, che viene a contatto con un’anima desiderosa di farsi corrompere.

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