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Qual è la vera storia de La Locomotiva di Guccini?

By on 11 Agosto 2017

Non sappiamo che viso avesse, e neppure come si chiamasse. Ma per scrivere una delle sue canzoni di maggior successo, Guccini si ispira a una storia vera e siamo quindi in grado di dare un volto e un nome al suo protagonista.

 

 

Siamo nel 1893. Pietro Rigosi è un aiuto macchinista delle ferrovie italiane, ventotto anni, marito e padre di due bambine di tre anni e dieci mesi. Il 20 luglio, Pietro approfitta della distrazione del macchinista titolare Carlo Rimondini e si appropria di una locomotiva in sosta. La sgancia dal treno merci, lascia la stazione di Poggio Renatico a una velocità altissima per quei tempi, 50 chilometri orari. La sua destinazione è la stazione di Bologna: vuole distruggere un treno di lusso che vede passare ogni giorno.

Il personale tecnico delle ferrovie viene allertato e devia la corsa della locomotiva verso un binario morto, portandola a schiantarsi contro sei carri merci in sosta. L’impatto sbalza Pietro fuori dalla sua locomotiva, ma lui sopravvive: trascorre due mesi in ospedale, con una gamba amputata e il viso sfigurato da cicatrici ed escoriazioni. Guccini locomotiva

I giornali mettono a tacere la questione parlando di pazzia. Pietro viene esonerato dal servizio in ferrovia per motivi di salute e la storia sembra conclusa. Trapela però una frase che l’uomo ha pronunciato subito dopo il ricovero: “Che importa morire? Meglio morire che essere legato!”

L’idea che si fosse trattato di un gesto di protesta prende piede, sostenuta dall’ideologia fortemente anarchica di Pietro. Una protesta contro le terribili condizioni di vita e di lavoro di quegli anni, contro le ingiustizie sociali, anche nel mondo del lavoro e soprattutto in quello ferroviario, dove le carrozze di prima classe erano lussuose e confortevoli, mentre quelle delle classi inferiori erano invivibili.

Con la sua canzone, Guccini eleva Pietro a eroe proletario, lo rende simbolo della lotta di classe. Riadatta la vicenda, la romanza, tace il nome del suo protagonista e così lo rende immortale, il suo gesto non è andato perduto.

“La Locomotiva” è forse la ballata più popolare del cantautore modenese, che infatti per quarant’anni l’ha cantata come chiusura dei suoi concerti. Più volte ha ribadito di aver scritto il pezzo di getto, impiegandovi solo venti minuti. E dire che un altro grande della musica italiana, Giorgio Gaber, ha commentato a riguardo: “tenetevi stretto Guccini, uno che è riuscito a scrivere 13 strage su una locomotiva può scrivere davvero di tutto.”

Noi sappiamo che dietro quella locomotiva c’è di più. C’è la pazza disperazione di un povero macchinista, il gesto coraggioso di un ribelle, l’odio di una classe sociale, il terrore di chi apprende che “un pazzo si è lanciato contro il treno”.

Del brano sono state fatte diverse cover; le più famose sono quella dei Modena City Ramblers del 1996, la versione del gruppo folk russo The Dartz e la versione spagnola del 2012 dei Baraca Folk. Nel 2000, lo scultore genovese Alfonso Gialdini ha realizzato una scultura per celebrare La Locomotiva, un’opera in legno di rovere e marmo che si trova ancora oggi a Genova.

 

Ma a noi piace pensarlo ancora dietro al motore
mentre fa correr via la macchina a vapore
e che ci giunga un giorno ancora la notizia
di una locomotiva, come una cosa viva,
lanciata a bomba contro l’ ingiustizia.

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