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Fabrizio de Andrè: il principe libero di Marinelli che gli rende giustizia

By on 25 Gennaio 2018

È finito dopo soli due giorni di programmazione nelle sale il film, o meglio, il biopic, dedicato a Fabrizio de Andrè. Un racconto non facile, che affonda le sue radici nel passato recente del nostro paese e ne va a toccare uno degli idoli indiscussi. In più purtroppo, accostare a una produzione il nome della Rai non è mai di buon auspicio.

E invece il viaggio di Facchini riesce alla perfezione, raccontando de Andrè come artista, come figlio, marito e padre, ma soprattutto come uomo. Dalla prima adolescenza a Genova, da quel violino che gli fa male al mento, fino ai terribili mesi di prigionia nelle montagne sarde, il film segue in più di tre ore la vita di questo meraviglioso personaggio, accompagnato da note e parole di uno dei più grandi artisti italiani. Era una produzione rischiosa che però ha fatto tutto giusto. A partire e soprattutto dalla scelta del protagonista, Marinelli, che dimostra ancora una volta di avere la piena padronanza dei ruoli che interpreta. Gli si perdona perfino l’accento romano, che qualche volta scappa: la sua non è una copia, non è una imitazione di de Andrè. È una interpretazione, libera come libero era il principe. Accanto a lui Valentina Bellé riesce a rendere Dory Ghezzi esattamente come la immaginiamo, fondamentale e stimolante. Matteo Martari e Gianluca Gobbi danno nuova vita a Luigi Tenco e a Paolo Villaggio, Elena Radonicich è la destinataria perfetta della canzone dell’amore perduto. Si esce dal cinema con la nostalgia insensata per un’epoca che, nel mio caso, non si è neanche vissuta.

E così man mano che la narrazione va avanti, ci commuoviamo con parole che conosciamo da tutta la vita, e ci troviamo a indovinare se quella prostituta trovata morta sul letto di un fiume passerà alla storia come Marinella e se il principe era libero davvero, schiacciato com’era dalle aspettative del suo pubblico e dall’ossessione di trovare cose nuove da dire e parole migliori per dirle, perché come dice lui, è meglio pensare che il verso migliore non lo abbia ancora trovato, altrimenti perché continuare a scrivere.

 

 

 

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