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Io & Annie: il topo di città va al carnevale di campagna

By on 16 Febbraio 2018
Io & Annie è una rubrica fissa del nostro blog: potete leggere il primo capitolo qui.
Se siete pigri ve lo posso riassumere: Annie è un nome di fantasia.
Annie è il mio fidanzato. Questa è la nostra storia.

Dove sono nata io, il Carnevale è solo una scusa come un’altra per indossare calze a rete e vestiti tanto corti che in qualsiasi altra occasione verrebbero considerati da battona. Un po’ come tante altre festività. Poi ho conosciuto Annie e lui mi ha portato dove il Carnevale è quasi una festa sacra, cinque giorni consecutivi di maschere, inni e carri che monopolizzano la sua città natale. Che non è in campagna, come suggerisce il titolo dell’articolo, ma al mare. Lì il Carnevale è tipo quello di Venezia, ma molto più buddellaru. A onor di cronaca, Annie non mi ha portato proprio da nessuna parte: sono io che sono andata a recuperarlo, dopo un mese di latitanza. L’ho preso per la barba e l’ho riportato a Roma, ma già che c’ero mi sono fatta questi cinque giorni di musica e delirio. Da giovedì grasso, le scuole chiudono e i pub aprono. Si parte con la sfilata: ogni associazione realizza un carro in cartapesta che si muove per la città distribuendo birra, sassizze arrustute e caramelleOgnuno rappresenta un’allegoria, e così Trump e Kim Jong-un sfilano insieme ad Alice nel Paese delle Meraviglie, Peppe Nappa e Nuccio Cusumano. carnevaleDietro ogni carro ci sono ballerini di tutte le età che riempiono le strade con le coreografie personalizzate. Ma la cosa peggiore sono gli inni, uno per ogni carro, che vengono sparati da giovedì a martedì (sei giorni su sei per un totale di centoquarantaquattro ore) senza nessuna interruzione. Tutti rigorosamente in dialetto, perché se capisci cosa dicono allora che gusto c’è?

Da romana nata a Roma e cresciuta a Roma mi sono rapportata al Carnevale come un esploratore fa con un rito tradizionale autoctono, come se fossi davanti a un rito vudù. Dall’altro lato invece, il Carnevale è considerato alla stregua dei Grammy Awards. Anzi, più precisamente degli Oscar, dato che due giorni dopo la sua fine una giuria di esperti decreta il vincitore per miglior carro, miglior inno, miglior scenografia, miglior movimento di macchina, eccetera eccetera. Solo che invece di una statuetta, qui si vince la gloria, il carro viene distrutto e l’inno entra nell’Olimpo degli inni ballati alle quattro del mattino dagli abitanti ubriachi. Eh sì, perché a Carnevale si beve, si beve tantissimo, e io lo so perché ho aiutato i genitori di Annie al loro pub e perché ho bevuto tantissimo. Jack Daniel’s e salsiccia, cosa vuoi di più dalla vita? Da dietro il bancone del pub poi, il Carnevale te lo godi davvero tutto. Da chi inizia a bere alle sei, a chi alle otto è già ubriaco e azzuppa con panini e arancine, dai mariti che ti chiedono di mettere coca cola nei drink delle mogli ubriache alle mogli che ballano mentre i mariti cascano per terra ubriachi. Bambini che mangiano solo tramezzini alla Nutella e ballano da soli in mezzo alle luci. Cugini di nonni di nipoti di zie di Annie che mi abbracciano e zie di nipoti di cugini di nonni di Annie che mi consegnano coppole e mi offrono da bere.

E poi il gran finale: dopo giorni e notti di festa, dopo una maschera diversa ogni sera, in barba a qualsiasi normativa di sicurezza e a qualsiasi sviluppo socioculturale, il carro protagonista del Carnevale, quello di Peppe Nappa, viene bruciato nella piazza principale della città. Tipo il Medioevo, ma senza le streghe. 

 

 

Sono tornata a Roma canticchiando “E Peppe Nappa che nome curiusu che nome scialusu che nippi che na” senza avere la minima di cosa voglia dire e senza avere la minima forza di capirlo. E se oggi l’ho adorato, da piccola avrei fatto i salti per partecipare a un Carnevale così. Perché la vita nelle grandi metropoli è bella, è ricca di opportunità, ma un po’ di nippinappi nella vita serve a tutti. Non trovate?

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